Il cancro dell’informazione


Stampa periodica
Che il giornalismo italiano sia malato, più ancora di quello di altri paesi, non vi è ombra di dubbio. Ma la colpa, checché ne pensino Grillo e compagnia cantante, non è dei giornalisti tout-court e del loro Ordine. La malattia ha un nome preciso: pubblicità.

Sono gli sponsor, gli inserzionisti, i “partner pubblicitari” a permeare come un cancro strisciante il mondo dell’informazione.

Al punto che, contrariamente al pensiero di molti, i media sono meno condizionati dalla politica che dalla pubblicità. Il potere degli inserzionisti infatti è enorme: sono loro a garantire la maggior parte delle risorse che permettono ad un giornale di andare in stampa o ad un telegiornale di andare in onda.

Da questo punto di vista ritengo la battaglia di Grillo e dei suoi “adepti” per l’abolizione dell’Ordine dei giornalisti e dei contributi all’editoria totalmente sbagliata.

Per prima cosa, in Italia non vi è nessuna barriera alla scrittura e alla manifestazione del pensiero. Prima ancora che esistessero i blog, o i ciclostili, centinaia di migliaia di persone hanno sempre scritto nei quotidiani e nei periodici senza essere iscritte ad alcun ordine. Semplicemente non potevano, e non possono, definirsi “giornalisti”, ma collaboratori di questa o di quella testata. Punto.

Ma allora a cosa serve l’Ordine e la qualifica di “giornalista” se è possibile comunque scrivere e pubblicare liberamente? Servono perché dovrebbero, ed il condizionale è d’obbligo, garantire il lettore sulla qualità dei loro servizi. Garantire all’opinione pubblica un plus di deontologia, professionalità e correttezza. Non a caso i nominativi e gli indirizzi degli iscritti all’albo dell’Ordine (tanto nell’elenco dei professionisti, quanto in quello dei pubblicisti) sono tutti pubblici, consultabili da chiunque. E l’Ordine è dotato di commissioni interne per sanzionare i comportamenti scorretti, che possono richiamare, sanzionare e persino sospendere e radiare dall’albo. Il guaio, semmai, e che ben pochi colleghi vi hanno a che fare.

Personalmente dunque mi batterei piuttosto per un potenziamento dell’Ordine dei giornalisti, rafforzandone il ruolo di “cane da guardia” della deontologia professionale. Per fare in modo che questo titolo sia una vera garanzia nei confronti del lettore/spettatore e non una patacca senza senso. Senza contare il ruolo, importantissimo, dell’Ordine come “scudo” deontologico nei confronti di possibili capricci dell’editore. Ma qui aprirei una parentesi troppo ampia… 😛

Allo stesso modo ritengo sbagliata nel suo radicalismo la battaglia dei “grillini” per l’abolizione integrale dei finanziamenti pubblici all’editoria. Non si possono mettere sullo stesso piano giornali di partito foraggiati da parlamentari compiacenti, giornali commerciali e piccoli media. E’ certamente una vergogna che fogli di partito o grandi giornali “mangino” contributi pubblici.

Ma non si può buttare via il bambino con l’acqua sporca, privando di un sostegno importante giornali locali (come, ad esempio, il Corriere Cesenate) o radio comunitarie “di servizio”. I finanziamenti andrebbero ripensati per garantire un’effettivo sostegno alle voci libere, a quei piccoli media che con professionalità e coraggio raccontano storie e fatti che difficilmente troverebbero spazio nei giornali commerciali mainstream. Penso anche a mensili come Il tamburo di Bologna, che ho scoperto di recente rimanendone colpito per contenuti, visione editoriale e professionalità.

In una realtà senza più l’Ordine, il giornalista perderebbe l’ultimo tenue riparo rimastogli, diventando a tutti gli effetti impiegato di un’azienda editoriale, senza più vincoli deontologici. In un mondo senza contributi pubblici, la pubblicità e gli inserzionisti dilagherebbero come non mai, ancora peggio di quanto non accada ora.

La trasformazione del giornalista nel “pubbligiornalista” (teorizzato in un libro dal vice-caporedattore di Famiglia Cristiana Giuseppe Altamore) a quel punto sarebbe completa. Un “professionista geneticamente modificato“, ibrido tra un giornalista e un copywriter d’agenzia, perfetto esecutore degli interessi degli inserzionisti, che vedono lettori e spettatori solo come consumatori e gli articoli solo come spazi da infarcire di pubblicità occulta.

Già al giorno d’oggi i confini tra uffici pubblicitari e redazioni, che per deontologia e prassi dovrebbero essere separati come compartimenti stagni, sono a dir poco permeabili. E troppo spesso all’acquisto di spazi pubblicitari in una testata (veri o publi-redazionali che siano) seguono a ruota interviste o servizi da parte della vera redazione.

Bisogna vigilare, non abbassare la guardia e lottare. Non solo per non farci strappare via gli ultimi residui di dignità, ma soprattutto per cercare di dare una scossa all’intero sistema. Io non penso sia una battaglia contro i mulini a vento. Il giornalista è tale solo se può spendere un po’ di credibilità. Senza di questa siamo nulla. Rimbocchiamoci le maniche e restiamo uniti.

E come cantava Elio nell’immortale Saga di Addolorato: “Chi ha orecchie da intendere intenda, e gli altri… chissà!

4 pensieri su “Il cancro dell’informazione

  1. Daniele Medri

    Condivido e sottoscrivo quanto letto.

    Serve l’Ordine e servono i giornalisti, non si può buttare via tutto ciò con leggerezza. C’è spazio di miglioramento ed è necessario farlo, sia per migliorare la professionalità degli operatori del settore sia per alzare il grado qualitativo dei contenuti pubblicati.

    I giornalisti tradizionali sono fondamentali, e il giornalismo d’inchiesta è un bene prezioso da coltivare e tenere in vita.

    Anche nel citizen journalism (giornalismo partecipativo) la figura dei giornalisti è fondamentale, perché parallelamente alla produzione dei contenuti serve quell’organizzazione e quel metodo che non si può improvvisare.

    Gli investimenti pubblicitari che adattano i contenuti a propria immagine e somiglianza restano così il peggior male. Influenza datata nella stampa tradizionale, influenza in continua evoluzione nella blogosfera “che conta”.

  2. naeliba Autore articolo

    Caro Boch sacrosanta verità. In alcuni anni di attività, qui nella nostra amata Cesena, mi sono sentita rivolgere più di una volta la richiesta di scrivere per pubblicizzare o, ancor peggio, di vendere “per amicizia” spazi e box…Un’offesa a me che, pur vivendo nel precariato più totale, sto cercando di migliorare in questa professione.

    In conseguenza a queste richieste sono arrivate le mie espressioni di disappunto…E a quel punto l’espressione magica ossia: “se non ci dai una mano…. la realtà in cui scrivi potrebbe avere dei problemi”.

    in poche parole, oltre a scrivere, se ci porti a casa i soldi in pubblicità, ti possiamo pagare!

    Diversamente devo dedurre potrebbe non esserci più posto per me!

    Come lo vogliamo chiamare? RICATTO! nonostante tutto io ci credo nel nostro lavoro e sono per la libertà di ogni giornalista, che non è un commerciale di notizie, ma ha una sua intelligenza, ha un suo fiuto e una sua professioanlità per cui non si vende!
    W l’albo! (magari lo vogliamo rendere un pò meno costoso?)

  3. Fringui

    Certo la pubblicità è un grosso limite ma è vero che ci voglino anche dei giornalisti seri, competenti e capaci. Purtroppo in Italia abbiamo cani e porci (con rispetto per questi due animali) che fanno questo mestiere. Di tutte le persone che sono iscritte all’Ordine, quanti sono effettivamenti dei ‘veri’ giornalisti? Ma penso che l’Ordine sia il primo a godere del fatto che abbia così tanti iscritti, indipendentemente dalle loro capacità.

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