“Violenza, violenza, genera violenza”

Non sono un appassionato di musica rap, così come per formazione e cultura politica non mi sono mai sentito vicino al “mondo dei centri sociali”. Eppure non riesco a togliermi dalla mente, di fronte all’attuale clima di intolleranza dilagante, questo passaggio di una canzone del 1991: “Violenza, violenza, genera violenza” (Stop al panico degli Isola Posse All star). Un chiaro richiamo a Burgess, a Luther King, a tutti coloro che in passato ci hanno ammonito, invano, sugli effetti dell’odio assaporato, praticato e diffuso.

Non mi riferisco alla sola violenza fisica, ma a quella comunque esercitata, a partire dalle rabbiose diatribe sui social network fino a quella sdoganata per le strade, all’intolleranza ormai ostentata a mo’ di decorazione.

Lo vediamo tutti i giorni su Facebook, dove senza alcuna vergogna persone all’apparenza tranquille riversano su amici e sconosciuti il loro livore, con commenti che trasudano odio, arroganza, volgarità.

Un clima di radicale rifiuto dell’altro, qualunque cosa sia “l’altro”, dal terrone di ieri allo straniero di oggi, passando per chi ha una fede religiosa o idee politiche diverse dalle proprie. Un clima che non può fare altro che intossicare le relazioni tra le persone e, alla lunga, ammorbare l’intera società mettendo a dura prova la coesione di un tessuto sociale già sfilacciato.

La Storia dovrebbe insegnarci qualcosa. Dove ha portato l’odio in passato? E l’ammirazione per gli “uomini forti”, ritenuti salvatori e unica soluzione a tutti i mali? E, soprattutto, come ha ridotto l’Italia il “me ne frego” tanto caro ai fascisti?

Non è un caso se al menefreghismo diffuso, don Milani già negli anni ’50 contrapponeva un “I care”, il me ne occupo, me ne curo. Oggi la sua parola suonerebbe “buonista”, ma il parroco di Barbiana aveva ben presente come proprio l’egoismo sia alla radice di ogni peccato.

Io penso che non sia buonismo cercare di resistere all’odio seminando, al contrario, un po’ di apertura al prossimo e di decenza: è investire sulla società, con effetti benefici per tutti.

Aprirsi agli altri, ricostruire un senso di comunità inclusiva, rifiutarsi di cedere alla tentazione della chiusura individualistica. Azioni sempre più difficili in una società che conta sempre più individui (consumatori, fruitori) e sempre meno persone.

Non cediamo alla tentazione di dover per forza identificare un nemico (una fetta di persone, di società, un popolo, un’istituzione). Riscopriamo il valore della decenza nei rapporti tra le persone: le parole sono pietre.

Ripeto: non è buonismo. E non vuol dire certo alzare bandiera bianca di fronte all’arbitrio della prepotenza, ma riconoscere che la responsabilità di fronte agli altri e alla legge è sempre personale, mai di un segmento identificabile a priori. Più che seminare rabbia e invocare armi in ogni dove, chiediamo una giustizia che funzioni, per tutti. Riscopriamo l’orgoglio di vivere in uno stato di diritto, in cui nessuno possa sentirsi al di sopra della legge.

Abbracciare l’odio, identificare dei nemici da abbattere, non ci rende persone migliori. Specialmente non rende il mondo migliore. Senza citare direttamente il Vangelo, mi limito a richiamare le parole di un pastore protestante che ha pagato con la vita il suo messaggio di apertura agli altri:

“Le tenebre non possono scacciare l’oscurità; solo la luce può farlo.
L’odio non può scacciare l’odio; solo l’amore può farlo.
L’odio moltiplica l’odio, la violenza moltiplica la violenza e la durezza moltiplica la durezza in una spirale discendente di distruzione…
La reazione a catena del male – l’odio che genera l’odio, le guerre che producono più guerre – deve essere spezzata, altrimenti saremo immersi nell’abisso oscuro dell’annientamento”.
(MLK jr. 1963)

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