Di giornalisti, fatti e opinioni

Un giornalista può prendere posizione o deve solo riportare in modo asettico? La domanda è, ovviamente, retorica.

Se parlo di questo è perché sono tornato di recente sull’argomento (solo all’apparenza “da addetti ai lavori”) rispondendo ad un commento nella bacheca di un amico.

Ebbene, un giornalista può e deve in certi contesti rimarcare il proprio punto di vista. Questo è tanto più vero negli articoli di fondo o negli editoriali, per non parlare poi dei blog (quelli propriamente detti, i diari online, sono il trionfo del punto di vista).

In altri casi, negli articoli “ordinari”, il proprio punto di vista può trasparire in modo indiretto, quando nei pezzi si fanno certi accostamenti anziché altri. È come quando si scatta una fotografia, curando una certa composizione, l’esposizione e quant’altro.

Questo perché il lavoro del giornalista non è (solo) quello di riportare quello che viene detto: saremmo dei reggi-microfoni! All’opposto, il giornalista è un filtro che raccoglie, setaccia, ordina e collega (sulla base della sua esperienza e della linea editoriale della testata), infine riporta al lettore facendosi garante della veridicità e della rilevanza (elemento non secondario, è quello che trasforma il fatto in notizia) di quanto riportato.

Una sentenza di Cassazione di una ventina d’anni fa definiva il giornalismo “RACCOLTA, COMMENTO ed ELABORAZIONE di NOTIZIE”. Una definizione che trovo ancora calzante.

Esiste poi un giornalismo politico (un tempo i giornali di partito avevano pure la figura del “direttore politico”) dove l’informazione diventa militante, nel senso nobile del termine.

Quali sono i limiti di un giornalista, allora? In breve: quelli della deontologia professionale (raccolta nel Testo unico che ha raccolto le diverse carte deontologiche esistenti) e “la trinità” della sentenza decalogo della Cassazione: verità, pertinenza, continenza.

Raccontando un fatto divenuto notizia, il giornalista deve riportare rispettando la verità, l’interesse pubblico della notizia e, nel farlo, non deve eccedere o denigrare.

In questo si distinguono i giornali veri e propri (con qualche penosa eccezione…) dai blog, dagli urlatoi dei social o da siti che si spacciano per finte testate.

I giornali hanno visioni del mondo (linea editoriale), i loro giornalisti anche: queste diverse visioni concorrono a formare l’opinione pubblica e, dunque, sono il sale della democrazia. Tutti i giornalisti partono (dovrebbero partire) dalla verità dei fatti e dalla pertinenza degli stessi. Questi vengono poi collegati in un modo o nell’altro a seconda della rilevanza che il direttore e la redazione (vera cucina fumante di questa “opera di ingegno collettivo”) assegnano loro.

In un mondo ideale, il cittadino-lettore per comporre una sana dieta mediatica dovrebbe leggere più testate, cercando di cogliere le diverse declinazioni e i diversi intrecci nel racconto delle notizie. Anche un solo giornale comunque, se ben fatto, ci può rendere cittadini più consapevoli. Non così le notizie che rimbalzano a spizzichi e bocconi sui social, riprese in parte da testate e in massima parte da fonti improbabili.

Può sembrare complicato, ma le regole in cui giornali e giornalisti si muovono sono pensate nell’interesse del lettore/cittadino, che nella maggior parte dei casi non ha a disposizione né il tempo né gli strumenti per farsi un’idea compiuta degli eventi più rilevanti.

Fare saltare queste regole e tutti i soggetti intermedi, puntando ad una comunicazione senza filtri, sortirebbe il solo effetto di inquinare il dibattito democratico. Si andrebbe direttamente alla fonte, infatti, ma senza più alcuna capacità di contestualizzare e mettere in relazione.

Saremmo tutti fruitori, in una parola, di propaganda. I giornalisti invece servono non solo a riportare i fatti, ma anche e soprattutto a smontare la retorica vuota, la propaganda e le promesse da marinaio.

P.S. Metto le mani avanti. Sento già alcuni amici dirmi “e allora perché tu non commenti quasi mai?”. Perché, personalmente, mi considero un giornalista-ingranaggio più che un opinionista o un giornalista da riflettori. Tanto è vero che rarissimamente firmo dei pezzi. Eppure, anche questo genere di lavoro è importante nella filiera dell’informazione. Filiera che rischia di saltare lasciando il passo alla propaganda indiscriminata di cui dicevo.

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