Il Due Giugno, un simbolo della Religione laica della Patria

So di andare controcorrente e che molti amici mi criticheranno per queste righe. Ma io ritengo che la parata del 2 giugno, festa della nostra Repubblica, sia un momento importante. Va ridimensionata, certo, ed in questo senso il fatto che sia stato deciso di non farvi prendere parte le Frecce tricolori, oltre a mezzi di altri reparti, mi sembra un segno di doveroso rispetto nei confronti delle vittime dei recenti terremoti.

Ma una festa di questo tipo non rappresenta una mera “passeggiata” di uomini e mezzi, bensì un vero e proprio rito laico.

Storiografie diverse si ritrovano concordi nel constatare il fallimento, negli ultimi due secoli, di ogni tentativo di diffondere in Italia una religione laica della Patria. Una “religione” non da contrapporre al cattolicesimo o alle fedi delle diverse persone (da rispettare sempre, al pari delle idee), ma una sorta di sentire comune, tanto più indispensabile alla formarsi di nuove istituzioni statali. Una specie di educazione civica per le masse, divulgata per mezzo di momenti pubblici.

Nel 1849 la repubblica Romana, nei suoi cinque mesi di vita, pur in presenza di una situazione difficilissima (sul piano politico, militare e sociale) si era subito premurata di avere segni e riti ben riconoscibili. Non a caso, il mazzinianesimo stesso ha sempre avuto tra i suoi fondamenti quello di una “religione civile” capace di unire le diverse classi sociali (anziché contrapporle) con il collante del comune senso del dovere (e dei giusti diritti).

Nel secolo successivo, per mezzo di adunate, parate e mobilitazioni di massa, il fascismo provò a imporre agli italiani una sorta di “culto del littorio” (per usare la bella espressione di Emilio Gentile), poi sfuggito di mano ai fascisti stessi e sfociato in una venerazione pura e semplice della persona di Mussolini (tanto da far cadere come un castello di carte l’intero fascismo nel momento stesso in cui il Gran Consiglio, sfiduciando il Duce, ebbe l’ardire di compiere una sorta di “deicidio”. Un atto che lasciò spiazzati e attoniti i fascisti stessi).

Si arriva così alla Repubblica. Che, memore della vuota retorica del Ventennio, imbocca da subito la strada del basso profilo. Eppure dei riti laici non si può fare a meno. Per questo sono personalmente convinto  che se, nel corso degli anni, si sia diffuso nella società, lentamente ma inesorabilmente, il virus dell’individualismo, ciò sia stato dovuto in parte anche per la scelta (accentuata da fine anni ’60) di cassare celebrazioni, nascondere il tricolore e vergognarsi della parola “Patria”. Ribadisco: non penso certo che sia l’unica causa, ma a mio avviso vi ha concorso. E l’individualismo imperante (che spesso si evolve in puro menefreghismo) ha fornito un bel retroterra ai deliri secessionisti degli anni ’90.

Per questo apprezzai non poco la scelta del centrosinistra, nel ’98, di approvare una legge per l’esposizione del tricolore fuori da ogni edificio pubblico. Un atto simbolico al quale è seguito, sotto la presidenza di Carlo Azeglio Ciampi, il ripristino del 2 giugno come giornata festiva e l’apertura del Quirinale ai cittadini.

Si tratta di simboli, certo. E se ai simboli non seguono le opere si resta nel campo della retorica sterile. Ma anche i simboli sono importanti.

La parata celebra la Repubblica e i suoi valori. Vi prendono parte le Forze armate (impegnate in delicate missioni in diverse parti del mondo), le Forze dell’ordine e corpi importantissimi, dai Vigili del fuoco alla Croce rossa. Fare sfilare le loro delegazioni è anche un modo per ringraziarli per il loro lavoro. Nel Paese delle emergenze loro ci sono sempre. Penso che non ci sia nulla di male, e che anzi sia doveroso, fermarci un paio d’ore per celebrare la Repubblica e chi, come loro, ogni giorno ne porta avanti fattivamente i valori.

Pubblicato da Michelangelo

Scruto continuamente il mondo alla ricerca del bandolo della matassa